Ilaria Palomba scrittrice dall’anima punk rock, affascinata dall’arte che riesce a raccontare il vuoto. Talentuosa esploratrice dei luoghi dell’anima e di un mondo in frantumi. Protagonisti, in tutte le forme di scrittura di Ilaria, sono i corpi, vissuti sotto una luce tragica ed estatica. Dopo il romanzo “Fatti male” (Gaffi) e la raccolta di racconti “Violentati”, arriva il saggio “Io sono un’opera d’arte”, un viaggio nel mondo della “performance art” (Edizioni Dal Sud), nato da un’esperienza di studio al CeaQ, seguendo i seminari di Michel Maffesoli, da un workshop con l’artista Franko B, e dall’incontro con: Marco Fioramanti, Kyrahm e Julius Kaiser, Manuela Centrone, Antonio Bilo Canella.  L’intervista:

Ciao Ilaria presentati a Nòtia
Quello che sono non lo so ancora, quello che faccio è resistere con tutte le forze che ho alle forme di potere e micropotere che ogni giorno, silenziosamente, ferocemente uccidono.

Cosa ti spinge a scrivere il tuo primo romanzo, “Fatti Male”?
“Fatti male” nasce da esperienze di vita vissuta, da una fetta di Bari che molti fingono di non vedere e altri preferiscono additare come sporca e malata. “Fatti male” nasce come un grido per tutte le donne umiliate, abusate, violentate, imbrogliate, raggirate, ferite nell’intimo e abbandonate.

Qual è la realtà che si nasconde dietro il tuo primo libro?
È la realtà di un mondo in frantumi, di un mondo incapace di amore, capace solo di sballo, perversione, emozioni sempre più forti, sempre più forti, fino al baratro. L’occidente è questo. Fatti male ne ritrae solo gli aspetti più estremi.

Qual è l’idea che hai dell’amore e dell’erotismo?
L’amore è il rischio più grande che l’essere umano possa correre, per questo molti preferiscono non correrlo mai e nascondersi dietro maschere mostruose, maschere fatte di menzogne, paure, dominio e inganni. Per questo chi ha il coraggio di amare è destinato a soffrire e a venire sconfitto. Secondo Deleuze gli esseri umani sono macchine desideranti, al di là della distinzione tra soggetto e oggetto, appartengono al regno del desiderio come fosse un flusso in perenne mutamento, da non ostacolare mediante legge, morale, psichiatrizzazione, e tutto ciò di cui il sistema dispone per renderli schiavi. A differenza del filosofo francese, però, ravviso nel desiderio la condanna dell’uomo, poiché è un desiderio senza oggetto, inestirpabile, inappagabile, immenso, destinato a divenirne la rovina.

Il saggio “Io sono un’opera d’arte” da cosa nasce?
Nasce da tre importanti esperienze che hanno segnato la mia esistenza: il lavoro giornalistico di ricerca sulla performance-art, iniziato per il “Mag O, il magazine di Omero”; il workshop “Chi sei tu?” di Franko B, cui ho preso parte; e soprattutto dal mio anno di studi a Parigi (2011/2012) al CeaQ, diretto dal grande sociologo Michel Maffesoli: teorico del tribalismo postmoderno. Il lavoro che ho fatto in “Io sono un’opera d’arte” è stato quello di interpretare le performance cui ho assistito, secondo i modelli della filosofia di Maffesoli, in particolare quello del divino sociale ovvero l’emergere, nella postmodernità, di forme di sacralità sotterranea non legate ad alcuna religione rivelata, piuttosto mutuate dal concetto di sacro in Bataille, che si oppone al profano e dunque è al di sopra di ogni restrizione umana.

Cos’è per te l’arte contemporanea?
Sarei tentata di dirti mercato, marketing, abilità massmediatica e null’altro. Ma in un certo senso voglio essere ingenua, o meglio, innocente, e credere che esista ancora qualcosa di sacro e per questo non mercificabile; ma è raro, molto, molto raro.
In che modo il tuo sguardo così complesso ed elaborato si posa sulla diverse realtà che vuoi raccontare?
Parto dai sensi, la teoria viene sempre dopo. Il centro è il corpo.

La tua aspirazione più grande?
Una chimera, una forma di libertà che non sia liberalismo, ma liberazione.

Hai altri progetti in cantiere?
Il 9 aprile uscirà il mio secondo romanzo per Meridiano Zero: “Homo homini virus”, è un libro sul nostro contemporaneo occidentale, mercificato, senza speranza, di guerra di tutti contro tutti, dove il talento è raro e la corruzione dilaga, dove la comunicazione mediatica trasforma la bellezza in cliché, dove l’autenticità non risiede nella gloria ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.

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